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La palestra: “Elogio agli impediti”

Grondanti di sudore.

A volte quasi bloccati nei movimenti che  in realtà dovrebbero essere naturali.

Spesso rabbiosi per lo sforzo ma – non è contraddizione – i più sembrano – anzi – appaiono felici e lo saranno ancora di più.

Sono proprio felici di far fatica.

Di macinare chilometri sul tapis roulant o con la ciclette.

O spingere i remi del vogatore.

A guardarli bene i più nel loro evidente flaccidume spesso contraddistinti dall’età avanzata, potrebbero costituire la peggior pubblicità per una palestra.

Ma non è così.

È il contrario.

Lasciatemelo dire – il futuro – o meglio la speranza di un bel futuro – è appannaggio dei “culi grassi” e delle gambe flaccide.

Non vi meravigliate perché sono proprio culi grassi, e gambe flaccide, e pance che viste di lato sembrano pandori, i veri autentici testimonial della palestra ideale.

Quella che offre non solo tecnica e look anche un po’ di felicità.

Perché nei deboli c’è la speranza di diventare forti.

Gli impediti – di cui sono orgogliosamente un esponente – sono come le pecorelle smarrite.

Che dopo anni di vita sedentaria e abbuffate stratosferiche dicono “Adesso basta. Mi metto in regola“.

Sono quelli che per arrivare a star meglio domani si affannano oggi.

E oggi, si impegnano e sudano le proverbiali sette magliette.

Mi piace pensare agli impediti come ex evasori fiscali folgorati dall’onestà.

Coloro i quali che a un certo momento della vita si pentono: “Basta nascondersi! Basta fuggire! Voglio dormire sonni tranquilli e vivere a lungo“.

Così decidono di mettersi in regola: hanno capito che le tasse in un paese civile sono un bene per tutti.

Lo sanno benissimo che la ginnastica in un certo senso è come le tasse.

Se vuoi star bene devi farla.

Devi faticare.

Per questo in palestra ci vanno.

E soffrono.

Sicuramente quelli degli impediti in palestra non saranno grandi risultati sul piano sportivo.

Le loro performance non saranno ricordate negli anni a venire.

Ma quel che conta è l’impegno – più o meno – costante e la dedizione.

Il loro motto potrebbe essere  questo: nonostante i chili di troppo, nonostante il fisico mingherlino o ciompo, non cederò mai.

Così quando li vedo in palestra che stringono i denti per finire dignitosamente i 15 minuti di ciclette o piuttosto quando li vedo mentre fanno delle improbabili flessioni in cui il rumore – o meglio il suono sinistro – dello scricchiolare delle ossa e il sibilo doloroso dei muscoli arrugginiti si sentono addirittura a distanza, non ho dubbi: sono dei grandi.

Sono dei veri grandi.

Sono degli esempi da seguire.

Non sono ridicoli.

Piuttosto ridicoli lo sono proprio quelli- che senza esserlo – si spacciano per campioni e offrono alla vista (le donne) glutei marmorei e seni torniti e ben sodi e gli uomini addominali tartaruga e bicipiti da lottatore.

E quasi sempre indossano tute o tutine dal look mozzafiato.

Lo avete capito, mi stanno antipatici.

Ma non per invidia.

Piuttosto per compassione.

Questi vorreimanonposso sono in realtà degli illusi.

Non  riusciranno mai diventare quelli che desiderano essere.

Perché pensano solo all’apparenza.

Vivono e vivranno crogiolandosi nei loro sogni e nelle loro illusioni che a volte potranno trasformarsi anche in incubi.

Di sicuro non riusciranno mai a vincere o piazzarsi alle Olimpiadi o arrivare al vertice di qualche importante campionato.

Rimarranno nella loro triste mediocrità mascherata e più o meno abilmente nascosta dietro alle smargiassate esibite duranti le cene del sabato sera davanti agli amici dove mitizzeranno le loro – questa volta effettivamente ridicole – performance ginniche.

Invece gli altri, gli impediti e le impedite, i brutti anatroccoli insomma, qualche risultato lo riusciranno sicuramente a raggiungere per la fine della stagione.

Ne sono convinto.

Ma non lo andranno a raccontare.

Perché alla fine si premieranno da soli con la loro soddisfazione.

Non hanno bisogno di stupire.

Alla fine saranno – questo è importante – soddisfatti e soprattutto un po’ felici.

Sicuramente un pò più sani di quando avevano cominciato a smanettare goffamente i remi del vogatore o a roteare i pedali della ciclette.

Forse – chissà – potranno anche spiegare ai belli e alle belle che la la loro piccola felicità è il frutto dell’impegno e della volontà.

E che non è un’esibizione.

La verità è che per essere felici non serve pubblicare una foto su Facebook o Instagram con un fondoschiena in primo piano.

Ci vuole qualcosa dentro.

Il sentimento.

I tecnici i personal trainer la chiamano motivazione ma è semplicemente un cocktail di volontà, impegno e serietà.

Motivazioni che i veri sportivi conoscono benissimo.  

Gli impediti hanno tanti scalini da salire e pochi da scendere.

Per questo lancio un appello.

Diamo loro un posto.

Una palestra, anzi una piccola fabbrica di felicità e di salute. 

– Corrado Barbacini 

Tabella dei contenuti >> (tempo lettura: 4 minuti)

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